Il Tramonto di Uno per l'Alba dell'altro

- Settore ignoto -
- Greenskin Planet -
- Campo Base -


Archimonde non si sentiva affatto bene.
Era atterrato sul pianeta da qualche ora.
Era un mondo antico, rigoglioso, e il verde dominava.
Tre quarti del pianeta erano ricoperti da una fitta foresta di alberi giganteschi, che arrivavano anche a 40 metri d'altezza, andando a formare un paesaggio lugubre e poco illuminato, creando un grande contrasto con l'unico mare del pianeta, un abisso profondo oltre ventimila leghe, le cui acque erano abitate da creature da incubo.
L'afa era tremenda, e l'aria pullulava di sciami di insetti molto fastidiosi.
Per erigere il campo base era stato necessario deforestare una larga porzione di territorio, e ora qualche ettaro di foresta era ridotto ad una pianura riarsa e priva di vegetazione.
Il campo era stato circondato da una spessa palizzata, usando i tronchi dei mastodontici alberi abbattuti.
Lo spazio circolare dell'accampamento comprendeva le tende delle truppe, alcune torri d'osservazione erette grazie al legname raccolto, uno spiazzo centrale e la tenda di Archimonde.
Questa era posta al centro, ed era la più grande.
Il sole era alto nel cielo, e tartassava gli uomini di Archimonde, impietoso, abbassando il morale delle truppe.
Alcune pattuglie erano già state inviate in ricognizione, a perlustrare le vicinanze in cerca di segni di vita; tutto ciò che avevano trovato erano creature mostruose e animali di grosse dimensioni, che avevano creato non pochi problemi, arrivando a divorare addirittura qualche soldato.
Ma di orchi, nemmeno l'ombra.
Archimonde era disteso sul letto della propria tenda, sofferente.
Un forte senso d'ansia lo attanagliava, e si sentiva ancora più debole; faticava a tenere gli occhi aperti, e il respiro si era fatto affannoso.
Roland entrò in silenzio, aspettando che Archimonde gli parlasse.

"Roland.. sei tu?"

"Si, mio Signore.."

"Ah.. bene.. come procedono le esplorazioni?"

"Ancora nulla, Signore.. però stiamo aprendo alcuni varchi nella vegetazione, presto saremo in grado di avanzare con più sicurezza."

"Bene.. stai svolgendo un buon.. lavoro.."

"Signore, non si affatichi oltre.."

"Tranquillo Roland, posso ancora parlare.."

"Il fatto che riesca a fare a malapena quello mi preoccupa.."

"Cambiamo argomento... quando arriveranno le prossime truppe dalle Panzer?"

"Domani, alle ore 8 e zero zero in punto. Faremo sbarcare quattro interi plotoni."

"Non ti sembra e.. esagerato? Insomma, non abbiamo ancora trovato quel che cerchiamo.."

"Precauzione, mio Signore."

"Certo.. capisco.. ora va, lasciami solo."

"Certo mio Signore. La informerò in caso di novità."


- Due ore dopo -


Roland correva affannosamente attraverso il campo.
I soldati che lo vedevano arrivare rimanevano perplessi, non capendo cosa potesse suscitare quell'agitazione in un pianeta tanto primitivo.
Il Primo Ufficiale era un missile, balzava a grandi salti come se avesse avuto un demone alle calcagna.
Doveva assolutamente avvisare il suo Signore.
Arrivò di corsa alla tenda di Archimonde, ed entrò di botto senza chiedere prima permesso.

"Mio Signore!!"

"Cos..? Dannazione Roland, vuoi farmi venire un infarto? Come se non fossi già messo male di mio.."

"Signore, deve assolutamente venire a vedere!"

Archimonde si fece cupo in volto.

"Che avete trovato?"

"La Venticinquesima era in ricognizione, l'abbiamo mandata a sud sud ovest di qui, e all'improvviso ci hanno contattato con un codice rosso!"

"Un codice.. che diamine è successo?!?"

"Non lo so, il Caporale Hudson farfugliava qualcosa su una trappola! Venga, ora!"

Non se lo fece ripetere due volte.
Pur se a fatica, si alzò, indossò la tuta dell'L*B alla meno peggio e mise nel fodero una delle sue Magnum.
Vedere Roland in quello stato preoccupava il Demone; gli occhi del Primo Ufficiale erano visibilmente terrorizzati, sudava e ansimava più di Archimonde quando aveva una ricaduta.
Appena fu pronto, Roland condusse il suo Signore su una jeep che li aspettava subito fuori dalla tenda, arrivata successivamente su richiesta del Caporale Hudson.
I due montarono, e la jeep partì in sgommata sollevando un denso fumo marrone.
Il veicolo andava a tutta velocità, superando torrenti e scarpate, zone fangose e tronchi, talvolta sbandando violentemente nello sterzare.
Archimonde soffriva di quel viaggio turbolento, ma la preoccupazione suscitatagli dal Primo Ufficiale gli faceva dimenticare il malessere.
Dopo 20 minuti, la jeep arrivò nei pressi di una delle zone disboscate.
Archimonde scese, e seguì roland, che senza dire nulla si stava inoltrando rapidamente nel folto della vegetazione.
Dopo poco, cominciarono a udire le voci dei soldati della Venticinquesima.
Arrivarono sul posto.
Archimonde per poco non svenne.
Di fronte a lui, alcuni soldati stavano prestando soccorso ad un loro commilitone, bloccato in una trappola.
Era una morsa di ferro gigantesca, dentellata e massiccia, che aveva macellato la gamba sinistra dell'uomo.
Questo urlava, disperato, mentre i suoi compagni tentavano di fermare l'emorragia.
Archimonde vide Hudson, e lo chiamò senza perdere tempo in convenevoli.

"Caporale Hudson! A rapporto!

"Signore! E' arrivato, finalmente!"

"Che è successo?"

"Un incubo, Signore..."

"Racconta!"

"Stavamo perlustrando quest'area, quando abbiamo sentito degli orridi grugniti, dei versi animaleschi e uno scalpiccio inquietante, e.."

"Avete avvistato qualcuno?"

"N.. no Signore, la vegetazione era troppo fitta.. comuqnue, dopo pochi minuti, il soldato Farrel è incappato in questa trappola."

Archimonde tacque. Li avevano trovati.

"Signore..?"

Archimonde si girò verso Roland, che lo aveva chiamato.

"Dimmi Roland.."

"Sono.. sono loro?"

"Ssh! Taci!"

"Ma.."

"Zitto!"

"Cos.."

"Non lo sentite?"

"Cosa?"

Archimonde lo sentiva benissimo. Per alcuni minuti, i suoi affinati sensi sembravano essergli tornati, e la foresta stava urlando il suo odio.
Qualcosa si muoveva, li stava circondando.

"Uomini.. caricatori pronti.."

In quel momento, un feroce urlo proruppe il monotono rumoreggiare della foresta.
All'improvviso, pesanti passi si sentirono ovunque intorno al gruppo, e spaventosi tintinnii metallici inondarono l'aria.
Urla mostruose e parole sbraitate in una lingua sconosciuta fecero accapponare la pelle ai soldati.
Qualcosa si stava muovendo, qualcosa di grosso, un gruppo numeroso; i soldati videro ombre sfrecciare tra i tronchi, borbottii incomprensibili e ringhi disumani stavamo terrorizzando i gracili umani.
Archimonde aveva paura. Era debole, il suo fisico non era pronto per un combattimento, e si trovavano isolati in una foresta, circondati da quelli che ormai il Demone dava per scontato fossero orchi.
I suoi antenati Yautja li descrivevano come guerrieri formidabili, in grado di tenere testa ai più forti tra i Cacciatori.
Improvvisamente, un sibilo irregolare fendette l'aria, e un urlo squarciò la foresta.
Uno dei soldati cadde riverso a terra, con una grossa ascia dentellata piantata nella schiena.
Dalle ombre uscirono gli orchi.
Fu un massacro; le grosse creature uscirono dal nulla e si fiondarono sugli spaesati umani, che a malapena riuscivano a imbracciare i fucili e sparare. Il sangue dipinse i tronchi e le grandi felci, mentre gli orchi facevano scempio dei soldati.
Archimonde vide Roland estrarre la sua Lama al Plasma, per poi gettarsi sui nemici più vicini in un disperato tentativo di resistere.
Il Demone sentì un rumore alle proprie spalle, e fu abbastanza svelto per abbassarsi quando una grossa ascia gli sfiorò la testa.
Voltatosi, lo vide.
Un orco, il più grosso e minaccioso di tutti, coperto in buona parte da una rozza ma spessa armatura metallica.
L'orco era più di due volte Archimonde, e lo guardava con odio e sete di sangue.
Cominciò a menare fendenti con una furia senza pari, mentre Archimonde si limitava a schivare gli attacchi.
Un piede in fallo e Archimonde cadde rovinosamente, rompendosi una costola.
Sentiva l'orco avvicinarsi, lentamente, sicuro della vittoria.
Allora, il Demone chiamò l'Erebo.
Ma Erebo non rispose.
Si voltò, rotolò a sinistra per evitare un colpo dell'orco e poi provò nuovamente a invocare il suo protettore.
Ma nulla.
Ad un certo punto, l'orco raggiunse Archimonde, e sferrò un poderoso calcio nel fianco del Demone, facendolo volare per qualche metro.
Il dolore era lancinante. La vista era distorta, rivoli di sangue denso e scuro otturavano l'orecchio destro del Demone, il dolore al petto era indicibile.

"Hh.. E.. Erebo.. aiutami.."

"No, mio Araldo."

Quella voce colse Archimonde alla sprovvista; era lui, era Erebo, e gli stava parlando. Gli stava dicendo che non l'avrebbe aiutato. La cosa sembrava impossibile.

"Cos.. cosa? Erebo... mio Signore.. il tuo Araldo ha bisogno di te.."

"Non sei più il mio Araldo."

"Non capisco..."

"E' giunto il tuo tempo, è ora che anche le tue polveri vadano a riempire le bianche distese che per tanto tempo hai riempito con la cenere altrui.."

"No.. non può essere.. io.. ti ho servito.."

"E lo hai fatto benissimo. Ma è ora di passare il testimone, Kru Shalev."

"No.. ti prego.."

Archimonde era disperato, il suo volto aveva assunto un'espressione molto umana, un'espressione di terrore.
L'orco si stava avvicinando, lentamente, quasi sapesse che Erebo stava parlando, come per dare il tempo ad Archimonde di rendersi conto di ciò che stava per accadere.

"Archimonde... ti ricordi un certo Rohan?"

"No, ti prego.."

"Lo impiccasti, di fronte al suo popolo.. ti ricordi la sua espressione?"

"Basta, ti supplico.."

"Era disperato, mio caro, proprio come te.."

"Perchè mi fai questo..? Perchè.."

"Perchè tutto deve avere fine, mio Archimonde."

"No.. no.. no.."

"Grimgor, questo adorabile orco, prenderà il tuo posto. E' forte, e facile da plasmare. Sarà un ottimo sostituto.."

In quel momento, Archimonde ebbe la conferma che anche l'orco, Grimgor, stava sentendo Erebo, perchè sorrise, un sorriso pieno di cattiveria e sadismo.

"Ma.. io.. io ti sono stato fedele.. cosa mi hai fatto? Sei tu la causa della mia sofferenza?"

"Così come ti ho dato i poteri di cui disponevi, così posso toglierteli. Ed è quel che ho fatto."

"No.. ti prego.."

"Le tue Ceneri alzeranno il Mare di Morte che in solitudine governo.."

"No, no, NO!"

"..le tue Polveri fluttueranno nei Gelidi Vuoti dell'eternità.."

"Nooo!"

"I Morti giacciono, nel palmo di Uno.. i Morti tacciono, per mano di Uno..."

"NOOOOO!!!!"

"Nell'Erebo freddo sprofonderanno i Mondi, nell'Erebo buio si perderanno le Menti.. tramonta, Archimonde, perchè il nuovo Araldo sorga!"

Erano le parole che Archimonde aveva pronunciato per accedere all'Erebo.
E con quelle parole, l'Erebo stava ponendo fine alla sua vita.
Mille cose gli balenarono in mente.
I tanti compagni, il Maggiore, l'L*B, i suoi uomini, suo padre, i suoi fratelli Yautja, Roland, casa sua, tanto lontana e irraggiungibile.
Piangeva. Non aveva mai pianto.
Ricordava, una vita, una vita lunghissima.
E si disperava.
Erebo lo abbandonò, un gelo di morte pervase Archimonde.
Non se ne accorse neppure, quando l'ascia di Grimgor gli squarciò la schiena, frantumando la colonna vertebrale.
Aveva lo sguardo spento, distante, non sentiva più nulla.
Nel suo ultimo momento, vide lei.
Colei che decenni prima aveva amato, la Yautja che aveva desiderato, strappatagli dal fato.
Sapeva che l'avrebbe raggiunta. Non aveva più paura.






"Grimgor.. mio Araldo..."

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Cycle 3003

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Incubi

- Settore ignoto -
- Plancia della Torpedine -


Archimonde si era trasferito sulla Torpedine.
Essere al comando della sua amata Banshee lo rilassava un pò, e lo distoglieva dal continuo malessere.
Nuovi sintomi stavano affliggendo il Demone: si sentiva debole, e lo stava diventando, i suoi riflessi ormai erano lenti e la sua disumana forza si era ridotta drasticamente, così come i suoi acuti sensi.
Dormiva pochissimo, poche ore di sonno agitato durante il quale incubi del passato lo tormentavano.
Il Primo Ufficiale era entrato di soppiatto negli alloggi di Archimonde, e lo osservava, con compassione, mentre dormiva, ansimando e muovendosi in continuazione.
Archimonde sognava.

Il cielo era una tetra cappa scura. La pioggia torrenziale aveva fatto straripare i fiumi e ingrossare i torrenti, frane e slavine stavano flagellando i fianchi delle colline.
Kru Shalev, il futuro Archimonde, era accovacciato, col capo chino: osservava una scia verde spento scivolare verso la valle dietro di lui insieme all'acqua impetuosa, che evaporava al contatto con quel liquido verde.
Era il periodo della Lunga Falce, durante il quale la Luna del pianeta madre degli Yautja si colorava di rosso e manteneva la forma di una sottilissima falce per alcune settimane.
In quel lasso di tempo, gli Yautja si davano alla Caccia, nel modo più cruento.
Gli Xenomorfi venivano liberati su vari pianeti, dove poi venivano generate artificialmente situazioni climatiche avverse, per rendere la cosa più impegnativa.
Kru, il figlio del Tiranno, osservava quel liquido verde. Sangue, della bestia che stava inseguendo da ore. Era a torso nudo, la sua armatura era ormai inutilizzabile e l'aveva lasciata indietro, così come le lame retrattili, la rete e i cannoni da spalla.
Delle placche metalliche gli cingevano i fianchi, dei parastinchi in arcanite gli proteggevano le gambe, e due fasce nere calavano dal bacino sia davanti sia dietro, lacerate e strappate nei combattimenti.
Una lunga ma superficiale ferita percorreva la schiena di Kru diagonalmente, mentre una mascella ancora sanguinava, vittima del sangue acido dello Xenomorfo.
Teneva la lancia nella mano destra, nonostante anch'essa, non essendo adatta a combattere gli Xenomorfi, fosse leggermente corrosa e deteriorata dal combattimento.
Kru osservava. Un bagliore attraversò il cielo, e lui ne approfittò per farsi un idea del terreno che aveva di fronte.
Si alzò lentamente, continuando ad osservare la cima della collina in vista.
Cominciò a correre, a grandi balzi, evitando massi, detriti e tronchi, talvolta sprofondando nel fango. Mentre si muoveva, un acuto e lacerante verso ruppe il ritmico battere della pioggia e l'ululare del vento.
Kru si voltò verso la sua sinistra, da dove era venuto il suono, e lo vide. Sopra un grosso masso, la creatura lo fissava, agitando la coda e mostrando la spaventosa dentatura.
I due rimanevano immobili, aspettando che uno muovesse per primo; Kru portò la lancia in posizione di lancio, pronto a scaraventarla verso lo Xenomorfo. Questo si piegò all'indietro tendendo le zampe e irrigidendo la coda, con il suo temibile aculeo puntato verso Kru.
Poi, fu un attimo.
Un fulmine sfasciò la notte, rullarono i tuoni in lontananza e il rombo di una nuova frana si fece sentire dalla cima della collina.
In quell'attimo, lo Xenomorfo fece un balzo dalla sporgenza, puntando a Kru, che attese il momento giusto per scagliare la lancia; quando il mostro fu abbastanza vicino, lo fece, trafiggendo una zampa della creatura.
Fiotti di sangue acido fuoriuscirono dalla ferita dello Xenomorfo, innaffiando il torrenziale suolo, che si stava trasformando in un pantano inghiottitore.
La bestia emise laceranti urla di dolore, osservando furibonda Kru, che nel frattempo si era arrampicato sulla sporgenza per ripararsi dall'imminente frana.
Questa non si fece attendere, e improvvisamente un muro di fango e rocce inondò il campo di battaglia; lo Xenomorfo riuscì a liberarsi in tempo, saltando fulmineo sul masso trascinato dalla corrente più vicino, e continuando a saltare di masso in masso sulla superficie dell'acqua assassina. La sua agilità glielo permetteva, ma non riusciva ad avanzare, per la corrente troppo forte.
Kru osservava, sapendo di dover attendere che il flusso d'acqua si fermasse.
Quando questo accadde, la bestia balzò a terra nonostante vi fossero ancora 30 centimetri d'acqua e fango tumultuosi, e coprì rapidamente la distanza che la separava da Kru.
Egli saltò giù dalla sporgenza, e attutita la caduta corse a testa bassa verso il mostro.
I due stavano per scontrarsi, ma Kru scartò di lato, rotolando lontano dallo Xenomorfo; la creatura si voltò furibonda, ma nel frattempo Kru aveva afferrato una roccia di grosse dimensioni e l'aveva scagliata verso il mostro, che non fu in grado di evitarla; l'impatto fu violento, e zampilli di acido indicarono che la bestia era stata ferita. Kru andò andò alla carica, pronto al combattimento, ma il mostro era su tutte le furie, ed evitò facilmente il grosso Yautja, per arrivargli alle spalle e saltargli addosso.
Una volta sul dorso di Kru, lo Xenomorfo iniziò a dilaniare la carne con i suoi artigli, infliggendo anche gravi ferite vicino al collo con la doppia bocca retrattile di cui era dotato.
Kru impazziva dal dolore, l'attacco del mostro era impetuoso e non riusciva a raggiungerlo, rendendolo impotente.
Poi, però, lo Xenomorfo trafisse il fianco sinistro di Kru con la sua coda, e Kru, nonostante l'immane dolore, ne approfittò: afferò saldamente la parte di aculeo che spuntava dal suo fianco, estrasse il pugnale che teneva al fianco e tranciò di netto la coda del mostro. L'arma si sciolse per l'acido della creatura, ma essa, urlando di dolore, cadde rovinosamente dal dorso dello Yautja e si mise a dimenarsi nel tentativo di rialzarsi.
Kru fu più veloce, si girò, portò le braccia sopra la testa chiuse a pugno, e urloò, urlò tutta la sua rabbia; la bestia senza occhi sembrava fissarlo, rassegnata, ma piena di odio, per quella razza che da millenni dava loro la Caccia.
Un fulmine.
Kru abbassò le braccia, fracassando il lungo cranio della creatura.
Un tuono.
Tutto si fece buio.


Archimonde si svegliò di soprassalto, in un bagno di sudore e col respiro affannato.
Si riprese un attimo, poi notò la porta aperta, e il Primo Ufficiale sulla soglia, che sembrò sul punto di dire qualcosa, ma Archimonde lo interruppe.

"Non parlare. Non hai nulla da dire."

"Signore.. mi spiace."

"A me di più... mi spiace di essere sempre stato così.."

"Lei sta morendo, vero?"

Archimonde tacque. Ci aveva pensato. Quella non era una semplice malattia; i suoi Scienziati non avevano trovato alcuna spiegazione al suo malessere.

"Penso di si... il mio tempo sembra essere giunto.."

"Non voglio che lei muoia.."

"Nemmeno io voglio morire, Roland..."

Il silenzio calò tra i due. Roland, il primo Ufficiale, aveva le lacrime agli occhi. In un gesto istintivo, abbracciò Archimonde.
Il comandante non era mai stato abbracciato, tantomeno da un suo sottoposto. Non era un abbraccio affettuoso, era forte, deciso, di solidarietà e fiducia.
Archimonde non sapeva come comportarsi, quindi lasciò fare, senza ricambiare però l'abbraccio.
Roland si staccò, singhiozzando.

"Scus.. scusi Signore, non dovevo.. è che..."

"Non devi scusarti..."

"Va bene... ah, Signore..?"

"Si?"

"Siamo arrivati."

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L'inizio della Fine

- Plancia della Crawler -


Archimonde osservava il soffitto, con aria stanca.
I suoi occhi demoniaci, solitamente di un chiarissimo azzurro striato di bianco, erano ora grigi.
Si sentiva spossato, senza forze. Da qualche tempo, soffriva di nausea e di frequenti mal di testa.
Aveva provato a mettersi in contatto con l'Erebo, ma, con sua grande sorpresa, senza successo.
Si sentiva solo, inutile.
Nemmeno la nuova Superammiraglia, la Crawler, era riuscita a tirarlo su: la nave era molto bella, potente, sublime in ogni suo aspetto.
Archimonde non ne era contento. Sedeva, abbandonato, sullo scranno metallico della plancia. Roteò gli occhi, inclinò la testa su un lato, e cominciò a mormorare parole spente, senza forza, un sussurro strascicato privo di vigore.

"Metallo... solo metallo... bulloni, lastre, cannoni... tutto passa, tutto scorre... è forse questa, la pace? Questa, la serenità? Il tanto agognato riposo?"

Voltò il capo dall'altra parte, verso il Primo Ufficiale.

"Carne ed ossa.. fragili involucri vuoti, mossi dalle sottili membra del destino... punti, su un immenso sfondo piatto, dove tutti sono uguali.."

Battè le palpebre, lentamente, tenendole chiuse per qualche attimo.

"Di fronte a Lei, cosa può un uomo? Cosa posso, io, Demone, di fronte alla sua Falce, alla sua terza mano, che tutto prende e nulla dona, se non l'eterno buio?"

Tossì. Non lo aveva mai fatto. La sua salute era sempre stata ferrea, il suo corpo immune dalla malattia e la spossatezza.
Ricordi del tempo che fu gli invasero la mente.

"Kru... Shalev.. questo era il mio nome... Elitè degli Yautja, figlio del Re, nostro Tiranno, Cacciatore della Terza Luna... cosa ho fatto? Cosa sono diventato? Mostro tra i mostri, sovrano di un popolo di spettri.."

Il mal di testa lo assillava da un ora, ormai.

"Padre.. perchè mi hai fatto questo? Mi dicesti traditore, mi donasti l'esilio, mi rendesti Reietto, e mi inviasti in questa Galassia per liberarti di me... e mi rendesti l'Archimonde, il peggiore dei peggiore, comandante di un esercito di criminali e Reietti, come me.."

La testa gli girava, e a nulla erano servite le grosse dosi di antidolorifici assunte.

"Divenni mostro, Demone, impuro essere dannato... e incontrai lui, Erebo, il mio Signore.. egli mi rese forte, e mi apprezzò.. ma perchè, ora, questo?"

Alzò il braccio destro, portando la mano sotto il suo sguardo. La osservava, scrutandone la pelle azzurra e liscia.

"Cosa sono? Chi sono? E' questo il mio destino? Giacere solo e abbandonato da tutti, dall'universo intero? Che ho fatto, per meritarmelo?"

Chiuse gli occhi, riportando la mano sul bracciolo.
Non ce la faceva più. Doveva trovare il modo di tenersi impegnato, doveva darsi uno scopo, ora che la paura, sensazione a lui estranea per molto tempo, si stava impossessando di lui.
Paura che fosse giunta la fine.
Passarono alcuni minuti, nel silenzio, solo i suoni piatti e monotoni dei computer di bordo, i passi dell'equipaggio di sottofondo.
Alcuni di questi passi si fecero sempre più forti, più vicini.
Archimonde aprì un solo occhio, incuriosito; il Primo Ufficiale si era avvicinato, con un fascicolo giallo in mano, un vecchio diario acquistato da un avido mercante per una cifra esorbitante.
Doveva essere il diario di Kij' Ashashi, uno Yautjia leggendario, che si diceva fosse stato mandato in quella galassia secoli prima, alla ricerca di nuove prede.
Il Primo Ufficiale guardava Archimonde.
Il Demone leggeva nei suoi occhi compassione e pena; questo lo fece irritare.

"Cosa guardi?"

"Nulla, mio Signore.."

"Bugiardo.. tu, e tutta la tua razza..."

"Signore..."

"Che vuoi..?"

"Ci siamo."

Archimonde tacque.

"Sei sicuro?"

"Le coordinate sono queste, anche se è stato difficile raggiungerle. Il pianeta c'è, abbiamo inviato un paio di pattuglie per allestire il campo base."

"E come procede?"

"Bene, è già quasi ultimato, domani potrà sbarcare."

"Eccellente.."

"Signore?"

"Parla.."

"E' sicuro di voler andare di persona?"

"Perchè lo chiedi?"

"Lei sta male, mio Signore. E' palese. Non vorrei che le cose si aggravassero."

"Non preoccuparti... non mi ha ucciso l'Inferno, come può farlo un pò di sonno arretrato?"

"Signore, non è solo sonno arretrato... lei ha qualcosa che non va."

"Ti ho detto di non preoccuparti. Ora va... lasciami solo."

"Si.. mio Signore.."

Li avevano trovati.
Kij 'Ashashi li aveva identificati come prede eccellenti, fiere creature dall'indomabile orgoglio e dall'immensa dedizione guerriera.
Un popolo tribale, primitivo.
Orchi.

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The characters and incidents portrayed in this game and the names used herein are fictitious, and any resemblance to the names, character, or history of any person is coincidental and unintentional.

Grimgor Zannadiferro